La Blasfemia e la Crisi Esistenziale. Recensione dello spettacolo di Castellucci

Riportiamo la recensione dello spettacolo "Sul concetto di Volto nel Figlio di Dio" di R. Castellucci, ad opera del filosofo e socio UAAR di Milano, Simone Ricciardelli.
 
«Blasfemia. Una parola usata troppe volte in questo periodo…a proposito, a sproposito e, forse, con poca consapevolezza contro cui, come dardo avvelenato, è stata scagliata. Il riferimento è evidentemente allo spettacolo Sul concetto di volto nel Figlio di Dio di R. Castellucci in scena fino al 28 al Teatro Parenti di Milano. Turbinio di accuse, parole infamanti, declamazione di diritti lesi e sentimenti religiosi offesi quando il primo diritto ad essere leso è stato quello di Castellucci a cui non si sarebbe voluta dare neppure l’opportunità di parlare… perché? Perché si sapeva già che quanto avrebbe detto, sarebbe stato offensivo. Ma una domanda sorge spontanea: siamo sicuri che lo spettacolo sia davvero “offensivo del senso religioso”? Proviamo a ripercorrere insieme i passaggi, cercando di sciogliere alcuni nodi che, in quanto poco chiari, sono stati oggetti di bersagli.
 
    La vicenda ritrae evidentemente un caso umano, una quotidianità silenziosa che viene vissuta da molti dietro le protettive mura domestiche… da un lato…un uomo vecchio e malato, forse, prossimo alla morte, dato che il pitale sul comodino, contenente forse urine torbide, suggerisce una insufficienza renale molto avanzate… in stato di demenza senile, capace di biascicare qualche parola, emotivamente distrutto la cui reazione è il continuo pianto lamentoso di chi memore, in un lieve bagliore di lucidità, si rende conto dell’impotenza sul proprio corpo.  Dall’altro il figlio, uomo sulla trentina, forse di professione dirigente, vestito con camicia bianca, una bella cravatta che entra in scena con documenti da firmare, che insomma può permettersi di seguire il padre malato a casa.  L’incontinenza del padre lo costringe a cambiargli ben tre volte il pannolone, a pulirlo e a confortarlo cercando di non fargli sentire il peso arrecato dalla sua misera condizione. Impotenza del figlio di fronte alla condizione del padre, desolazione, disperazione che lo porta alla fine a piangere sulla spalla del padre e il padre piangente che cerca di consolarlo. Lo abbraccia. Il figlio alla fine si volge verso il volto di Cristo benedices (1465-1475) dell’Antonello da Messina, vi si appoggia piange amaramente ed esce di scena…. Il padre prende il pitale sul comodino e si rovescia addosso i liquami in esso contenuti… si alza dal letto su cui è seduto e si trascina verso l’uscita, svuota definitivamente il pitale e sparisce. Resta solo il volto del Cristo.
 
    E qui viene la parte difficile: il volto viene macchiato da dietro di nero e viene squarciato, una volta totalmente intriso; esce una scritta “ARE MY SHEPERD”viene illuminata dall’interno – si badi al dettaglio – poi la scritta diventa  “ARE NOT MY SHEPERD” e infine ritorna“ARE MY SHEPERD”con il NOT spento. Cala il sipario.
Questa frase e la scena finale in sé, come può dirsi blasfema? In realtà in tutto ciò, si può leggere il volto del Cristo come il sentimento religioso che viene coperto dal nero, simbolo della disperazione, il buio e il dubbio di chi si trova a vivere una situazione umanamente alla soglia della sopportabilità così quel “not” è ciò che rabbuia la fede e lascia senza conforto morale… però alla fine dall’interno quindi quasi fosse una trasposizione del pensiero interno del Figlio la fede ritorna seppur pungolata dalla tentazione del rinunciarvi. In qualche misura, l’ultima scena riassume l’esperienza interiore del Figlio e la debolezza umana di fronte all’impotenza dei fatti duri della Vita. Eppure, nonostante questo un barlume di luce resta perché ciò che è illuminato è la frase “Sei il mio pastore” anche se la forza dell’immagine è svanita.
Domanda: è questa blasfemia? No. È umanità pura e debolezza dell’Uomo che lo qualifica in quanto Uomo.
 
    Certo da un punto di vista estetico in senso stretto, non si può dire che sia arte: il realismo estremo esprime Verità a cui è stato tolto il velo di Pudicizia che avvolge la Verità. Logos, Intelletto, di cui Bellezza ha tema perché non può che denudarla. Lo si coglie dal tentativo tragicomico che desta risate “isteriche” del pubblico che è coinvolto, assorbito nel dramma… allora bisogna cercare altrove il significato. Il senso della pietas romana nei confronti dei vecchi viene distrutta dalla durezza di una realtà che spinge a pensare a tutti coloro che vivono quel dramma. E in questo non si può che provare  solo immensa compassione. Ma Aristotele non sarebbe d’accordo.»

Milano, 28/01/2012

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