Ipazia, che l'anima ci strazia

"La religione è l'oppio dei popoli", dice una troppo citata frase di Karl Marx. Però i tempi cambiano, e vedendo il film Agora di Alejandro Amenabal si direbbe che la religione sia semmai la cocaina dei popoli.
In effetti oppiacei e calmanti gioverebbero assai ai protagonisti di Agorà, film ambientato nell'Alessandria d'Egitto del secolo V dopo Cristo in cui fanatici pagani massacrano i cristiani, fanatici cristiani massacrano gli ebrei, fanatici ebrei massacrano i cristiani, e fanatici cristiani massacrano i pagani, tanto per chiudere il cerchio. E per fare buona misura massacrano anche Ipazia, nobildonna e filosofa pagana (o meglio "libera pensatrice"), che è un personaggio realmente esistito.

Vorrei dire la mia su quest'opera che, presentata abilmente ai media come una sorta di difesa della scienza contro il fanatismo religioso, e come tale perfidamente boicottata nella distribuzione, è in quest'istante un must see per chiunque non sia un seminarista o un talebano.
E non essendo io un critico cinematografico, più che degli aspetti formali e artistici dell'opera vorrei discutere del suo messaggio.

Che non c'è.

Forse il regista ha davvero inteso Agorà come un apologo sul (ovvero, contro il) fanatismo, però il risultato è talmente confuso e dispersivo (complici anche dosi industriali di lezioni sull'astronomia nell'antichità classica, e goffe quanto maldigerite concessioni a tutti gli stereotipi del genere peplum) da spingere lo spettatore che sia riuscito a restar sveglio fino alla fine a chiedersi quale fosse il punto del discorso.

 


Di sicuro qui ha nuociuto molto l'utilizzo maldestro, perché eccessivamente serioso ed ingessato, delle strutture narrative del genere peplum anni Sessanta.
Che ha sue esigenze narrative, alle quali il regista non era granché interessato (in un'intervista è arrivato a dichiarare di aver fatto questo film perché quello che avrebbe voluto davvero fare, sull'astronomia antica, non glielo avrebbe lasciato fare nessuno... e dopo aver visto Agorà io credo di averne anche intuito il motivo: "Mi sembra di aver appena visto Piero Angela"; ha commentato uno dei miei amici uscendo. "L'hanno intitolato Agorà invece che Ipazia per non facilitare i commenti del tipo "Ipazia, che l'anima mi strazia", ha aggiunto un altro).

Diciamo insomma che dal punto di vista peplum Amenabal non se l'è cavata benissimo. Per essere un polpettone "sandali-e-spada" ci sono troppi pochi sandali ed anche troppe poche spade (e quelle che ci sono appaiono chiaramente fatte di tolla lontano un miglio!). Le masse di comparse ci sono, come da genere, ma sono tutte deliberatamente vestite con stracci fra il grigio, il blu scuro e il nero, in modo da mimetizzarsi con lo sfondo ed essere impercettibili allo spettatore. (I vestiti chiari, o colorati e ricamati che vediamo in tutti i ritratti del Fayyum sono riservati ai soli (pochi) pagani, chissà per quale ragione).
E una volta vista ed ammirata la superba ricostruzione di Alessandria nel V secolo, cioè dopo dieci minuti dall'inizio del film, ti sembra d'essere in uno di quei paesini che visiti in venti minuti, dopo di che il resto del tuo soggiorno non fa altro che farti rivedere le stesse strade, le stesse facce e gli stessi monumenti...

E poi qui ci sono troppi pochi culturisti a torso ignudo e troppe poche Silve Kòscine dalle spalline del peplo che continuano a scivolare da tutte le parti. Il fatto che il regista cerchi di sbrigare quest'incombenza alla svelta, iniziando il film su un'intellettuale, femminista ante litteram, presentandocela mentre... esce dal bagno, dimostra che non vedeva l'ora di raggiungere prima possibile  la quota d'erotismo richiesta dai peplum per poi dedicarsi a tutt'altro.
Purtroppo Amenabal si rivela uomo prudente, e temendo di non averci dato abbastanza eros ci ammorba pure con noiosissimi languori amorosi d'uno schiavo e d'un ex studente per la padrona/professoressa gnocca, e che non la dà a nessuno... Ma non c'è nulla da fare: per quanto sia brava la protagonista, Laura Antonelli si nasce, non si diventa.
Peccato allora che non esista un telecomando con l'avanzamento veloce anche al cinema...

 


Insomma, sono andato al cinema con un gruppetto d'amici, tutti rigorosamente atei, e dopo i (presunti, e a quanto pare esistenti solo nella fantasia di chi ha curato la promozione) fulmini cattolici su questo film, tutti ci aspettavamo di vedere chissaccosa. Be', lungi dall'essere elettrizzato nella sua miscredenza destinata a portarlo all'inferno, uno di noi s'è perfino addormentato (e russava pure).

Non che io sia scontento d'aver visto Agorà (tanto, il remake di Scontro fra titani l'avevo già visto, quindi non mi perdevo nulla di più interessante).
Ipazia fin qui l'avevo sentita nominare solo di sfuggita, e il film m'ha obbligato a cercare di saperne di più su di lei, la sua storia e il suo mondo, ed è stata una ricerca piacevole e interessante.
Anche le scenografie mi sono piaciute. E nel film ci sono momenti assai godibili... ("Perché gli schiavi non ci sono mai, in giro, quando si ha bisogno di loro?" è la battuta camp "cult" per cui forse questo film entrerà nella storia).
Insomma, non m'è parso d'aver sprecato i soldi del biglietto.

Direi quindi che se avete l'occasione di fare un salto a vederlo potete farlo, a patto che non vi aspettiate la Rivelazione Razionalista che trionfa sui fanatismi religiosi.
Perché tutta questa critica alla religione io non ce l'ho proprio vista. Ho visto sì una gran critica al fanatismo, ma ditemi chi mai, a iniziare dai fanatici, sia a favore del fanatismo...

Da questo punto di vista il film sfonda una porta aperta. Nel tentativo, storicamente scemo, d'essere equanime (la storia, esattamente come la vita, non è mai equanime), forse per non dispiacere a nessuno, Amenabal ci mostra che tutti i gruppi religiosi avevano torto, e che si macchiavano tutti degli stessi delitti. Alla fine, nessuno era migliore degli altri (e quindi alla fine, invece d'essere raccapricciato dal fanatismo, ti trovi semmai a pensare che i massacri se li erano proprio meritati tutti quanti...).
Salvo Ipazia.

Che però, relitto d'un mondo morente, nella scena finale congeda la scorta armata ed esce sola (!), a piedi, per la città, verso il proprio destino di morte. Intercettata dai fanatici monaci "parabolani" viene in effetti uccisa (e nella realtà storica fu pure, letteralmente, fatta a pezzi viva, e bruciata).
Ma questa dell'agnello che si offre volontariamente in sacrificio io l'avevo già sentita, e si parlava se non sbaglio di un certo Gesù, non di Ipazia.
E nella realtà storica, Ipazia fu ammazzata mentre se ne andava in giro in lettiga, sulle spalle dei suoi schiavi, cosa che il regista immagino avrà ritenuto molto poco politically correct. Ma per l'appunto la storia, quella vera, non è mai politically correct, perché contiene troppo sangue, merda, sperma e soldi. Nonché filosofe che ragionano fra sé e sé sul valore supremo della libertà per la mente umana nel mentre che si fanno trasportare sulle spalle di corpi umani (altrui) ridotti in schiavitù. Magari queste contraddizioni, invece di censurarle, sarebbe stato carino rilevarle, in un film che si picca di trattare di filosofia e di destini dell'Uomo...

 


Eppure il regista ha scelto un momento storico che permette, volendo, molto di più e molto meglio.
Mi si permetta allora di citare nel suo insieme la riflessione di Marx (da Per la critica della filosofia del Diritto di Hegel) dalla quale è estratta, e sempre fuor di contesto, la frase con cui ho iniziato: "La miseria religiosa è insieme l'espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l'oppio del popolo.".
Già da una frase breve quanto questa penso che emerga una serie di spunti che, se applicati ad Agorà, avrebbero permesso di farne un film magari non più bello, ma certo più interessante. E vivace.
Perché a voler fare un apologo morale in cui si usa Alessandria ed il V secolo per parlare di noi qui ed ora, la vicenda permetteva ben altri intrecci e ben altri voli, alcuni dei quali decisamente spettacolari ("sangue, intrigo e ipocrisia").

 


Ebbene, il problema qui è che purtroppo il regista rinuncia a chiedersi chi fossero i personaggi che mette in scena quali pure e semplici greggi prive di parola e intelligenza (e quanto aristocratico disprezzo c'è in questo atteggiamento!).
Eppure il monachesimo fu, nell'antico Egitto, anche ribellione sociale delle classi "popolari", disgustate da un mondo reputato talmente malvagio, marcio e corrotto, che la sola scelta possibile restava la fuga da esso.
Dietro il monachesimo dei "parabolani" esiste una critica anche "sovversiva" del mondo, della politica, e perfino della stessa religione cristiana "ufficiale", ma a questa critica il regista non dà mai voce, e neppure alle persone autrici di questa critica dà mai la voce, se non per far loro urlare frasi inconsulte un attimo prima di devastare tutto: arte, cultura, bellezza, istituzioni ed esseri umani.
Siamo dunque tornati puramente e semplicemente alla visione d'antan delle "classes dangereuses", pericolose se fanatizzate, ma altrimenti del tutto immeritevoli di menzione ed attenzione.

Eppure proprio la fine d'Ipazia dimostra che a volte anche gli asini agiscono (e menano calci mortali), invece di limitarsi a subire le bastonate.
Perché... è proprio vero che Ipazia fu uccisa perché pagana? O lo fu perché aristocratica, e membra della cricca che monopolizzava il potere (lo stesso film lo riconosce, mostrando che i suoi scolari monopolizzavano i posti dirigenziali dell'epoca), da parte d'un gruppo concorrente che aspirava al potere politico e manovrò spregiudicatamente le passioni popolari per arrivarci?
Fu vittima d'uno scontro tra fedi, tra forme alternative di pensiero, tra fanatismo religioso e razionalismo scientifico, come pretende il regista, oppure d'uno scontro politico fra élites che si contendevano (facendosi scudo di divinità diverse) il potere, come attestano gli storici antichi?

Il punto è che il film non solo non riesce a rispondere a questa domanda, ma non può nemmeno porla. Questo perché il fatto che i conflitti ideologico-sociali in quel periodo avessero la tendenza ad esprimersi sotto l'aspetto di conflitti religiosi, al regista non importa nemmeno un fico.
A lui le questioni politiche non importano nulla: a lui importano solo gli epicicli...

Per questa ragione Amenabal trasforma la sua Ipazia in una svitata che perdeva il tempo sulle orbite dei pianeti invece di badare a non farsi ammazzare per la strada, disinteressandosi al fatto che che nella realtà storica essa fu invece protagonista non solo della cultura ma anche della politica del suo tempo. Riflettete: quante altre donne della sua epoca ricoprivano ruoli dirigenziali? A quante altre era concesso andare a discutere a tu per tu di questioni politiche con i massimi dirigenti cittadini, diciamo col "Parlamento" dell'epoca, proprio come si vede nel film?
Il regista rinuncia insomma ad usare i nudi fatti storici, di per sé eccezionali, che avrebbero potuto stimolarci e intrigarci molto più dei massacri che ci mostra letteralmente ad nauseam nel film.

 


Ed è proprio nelle differenze tra come narrano i fatti da un lato il film e dall'altro i (pochi) resoconti storici, che emergono gli aspetti più interessanti.

Ad esempio, nel film mancano le lotte fra cristiani.
Il cristianesimo viene presentato come un fronte monolitico, ma il papa (nonché santo) Cirillo d'Alessandria perseguitò i cristiani novaziani non meno che i pagani e gli ebrei, riuscendo anche a chiudere tutte le loro chiese.
Come mai manca proprio quest'aspetto, non certo irrilevante? Alessandria fu in quel periodo una fucina d'eresie, altro che luogo del trionfo del Pensiero Unico ante litteram! Lo stesso san Cirillo passò buona parte della propria vita a lottare contro il cristianesimo di Nestorio. Di nuovo: altro che Pensiero Unico!

E poi, chi era Cirillo, e come arrivò ad essere papa d'Alessandria? Nel film lo vediamo mentre sfila l'anello al suo predecessore e lo indossa, ma senza che possiamo sapere che quel predecessore era... suo zio. Un caso di nepotismo papale nel senso letterale del termine. Privo d'interesse?

Ancora. Cirillo tentò, ed attuò, un vero colpo di stato. Che al papa d'Alessandria riuscì con quattro secoli d'anticipo rispetto a quello del papa di Roma. Ma con effetti e limiti ben diversi. Perché se l'imperatore nel V secolo permetteva alle gerarchie ecclesiastiche di prendersi certe licenze (e il massacro di Tessalonica, nel 390, dimostra che gli imperatori di quel giro d'anni avevano ancora sufficiente forza e suscettibilità da prendere sul personale l'insulto a un loro delegato, quale fu l'insulto che Cirillo fece, impunemente, ad Orazio) era solo perché la Chiesa era stata pienamente integrata nella struttura del potere imperiale.
I vescovi e i papi erano sottoposti dell'imperatore. Al punto che era l'imperatore a convocare i concilii ecclesiastici (per esempio quello richiesto da Nestorio contro la persecuzione di Cirillo, nel 431), li presiedeva lui, ed era lui che decideva chi, alla fine, avesse ragione (e che perseguitava coloro erano risultati dalla parte del torto).
Davvero la visione di questa situazione in cui era lo Stato ad usare la Chiesa, anziché l'opposto come oggi, non avrebbe spinto a riflettere gli spettatori sui rapporti "opportuni" e "naturali" fra Stato e Chiesa?
Davvero non ci avrebbe fatto riflettere un imperatore che, senza che ciò apparisse strano a nessuno, faceva nominare e rimuovere, e magari esiliare, vescovi e patriarchi -- e non dico pretucoli qualsiasi, bensì fior di futuri santi e dottori della Chiesa?
E davvero non ci avrebbe interessato vedere quanto e come il trionfo del cristianesimo sia stato il risultato della sua prostituzione al potere politico, che ne fece un suo agente del controllo politico e sociale? (Al punto che in Medio Oriente, nelle lotte successive fra cristiani "ortodossi" ed "eretici", gli ortodossi furono spregiativamente definiti "melchiti" - da mlk, "re" - ovvero "cristiani dell'imperatore"!).

 


Mi rendo conto del fatto che con queste considerazioni sono alle soglie d'un trattato di sociologia politico-religiosa, mentre un film è un film e non è un trattato ("Ma che t'aspettavi da un polpettone hollywoodiano?", m'hanno sgridato i miei amici. Be': primo, il film è spagnolo e non hollywoodiano, e, secondo, è andato a Cannes, quindi per lo meno se la tirava con la pretesa di non essere un polpettone).

Il cinema è finzione, e la finzione esige licenze narrative, e "sospensione dell'incredulità" da parte dello spettatore. E su questo siamo tutti d'accordo.
Però se questa era solo finzione, alla pari del Codice da Vinci, perché allora chiamare Umberto Eco ed Eva Cantarella per presentare il film alla stampa a Milano? Lo posso dire che un po' d'inganno nella promozione c'è stato?
Perché mai fingere, nella campagna di lancio del film, che si trattasse d'altro che di finzione, che si trattasse d'un film su base storica, che si trattasse d'un film che narrava fatti reali?
Perché pretendere che avesse una credibilità diversa da quella del Codice da Vinci, libro (e film) tanto più godibile proprio per il fatto che non pretende d'essere altro che pura, sfrenata finzione, pur citando istituzioni, luoghi e musei realmente esistenti?

 


Il mio problema con Agora è proprio che alcuni fatti storici sono stati cambiati.
Per dirne una, gli storici raccontano che quando il prefetto imperiale Oreste fu lapidato dai parabolani (episodio che nel film appare), i suoi soldati scapparono, e furono i cittadini d'Alessandria (quel "popolo" che nel film appare sempre e solo come vittima, mai come protagonista) a salvargli la vita.
Ovviamente, e prevedibilmente, questo episodio nel film è narrato in modo diverso, dato che sono i soldati a salvarlo. Ma rispettare i fatti storici avrebbe obbligato il regista a togliere gli alessandrini dal loro ruolo di tappezzeria di sfondo delle pose plastiche d'un pugno di eroici aristocratici schiavisti, togliendo alla gente comune, cioè a noi che abbiamo visto il film, il ruolo di solo argine possibile al fanatismo religioso. Il che mi ha offeso un tantino, se me lo concedete.

Inoltre, secondo gli storici dell'epoca, Ammonio, l'attentatore che riuscì a colpire alla testa Oreste, fermato dai cittadini e non dai soldati, morì durante il processo, sotto tortura. Che nella prassi giuridica romana non era una punizione, bensì un metodo d'interrogatorio.
In altre parole, Oreste lo torturò a morte cercando di fargli sputare i nomi dei mandanti e dei complici, però il monaco "terrorista" non "cantò".
Poco importa. Il fatto che Cirillo lo abbia, a titolo di "sgarro" mafioso ad Oreste, proclamato martire, indica quali nomi l'attentatore non avesse fatto.
Ma gli storici (cristiani) antichi ci dicono che gli alessandrini non credettero alla tesi del martirio, perché sapevano che l'attentatore era morto come conseguenza del suo attentato contro Oreste, e non certo per la sua fede. Tanto che Cirillo appena poté nascose sotto il tappeto il culto di quell'imbarazzante "santo".
Di tutto questo, ovviamente, nel film non appare nulla.
Peccato, perché anche la morte d'Ipazia avrebbe assunto un altro significato, alla luce di questi retroscena "dimenticati".

Certo, non si può imporre a un peplum d'approfondire più di tanto la storia: mica è un documentario. Però, se un regista ci porta in un mondo che ha scelto lui, e che noi non conosciamo, e poi rinuncia a raccontarci perché in quel mondo accada quel che vi accade, non si può imporre a noi di non addormentarci a metà film.
Caro regista, portami pure nel secolo che ti pare, ma poi una volta lì mostrami almeno perché lo hai fatto, dato che se credi di attrarmi con le tue scene di battaglia sappi che le tue non arrivano neppure alla caviglia di quelle di Terminator 3...

 


Per ultima ho lasciato la questione scientifica, che secondo gli uffici stampa tanto starebbe a cuore al regista.

Ora, non è il caso di spiegare qui nei dettagli per quale motivo una studiosa del V secolo non poteva arrivare a teorizzare, come fa Ipazia nel film, una teoria eliocentrica completa di orbite ellittiche.
Basti comunque dire che non era (solo) una questione d'attaccamento a modelli preconcetti ("il cerchio è perfetto, l'ellissi no"). Era una questione di dati. La teoria degli epicicli ebbe successo perché s'adattava meglio di quella eliocentrica ai dati che l'epoca aveva a disposizione. Copernico stesso, all'inizio della sua riproposizione della teoria eliocentrica, dovette "aggiustare" (ossia, falsificare) un bel po' di dati per fare quadrare i calcoli di cui disponeva.
Può forse spiacere al regista, ma la scienza funziona così. Certe teorie "errate" hanno prevalso non perché i nostri avi fossero cretini, ma solo perché spiegavano il reale con maggiore eleganza e semplicità a partire dai dati disponibili a quell'epoca (e il regista dimentica una cosa che i greci non avevano: il cannocchiale).

Ogni scienziato è figlio del suo tempo. Vede il mondo con gli occhi della sua epoca. Le sue verità sono sempre relative al sapere della sua epoca. Questo vale anche per noi, e per il sapere della nostra epoca.
Ad Ipazia però questo non è concesso, dato che è costretta ad essere una nostra contemporanea naufragata nella società del V secolo d.C.

Ma non lo era affatto. La scena del film in cui Ipazia recapita un assorbente intimo sporco a uno spasimante per sbollirne gli ardori è sì autentica, ma aveva un senso diverso da quello presentato nel film. Come tutto il neoplatonismo plotiniano, a cui apparteneva, Ipazia riteneva infatti che la materia fosse ciò che "fa da limite" all'anima. Quindi corruttrice rispetto al mondo, superiore, dello Spirito.
Se studiava la matematica, ciò avveniva anche perché essendo perfettamente astratta essa sfugge all'imperfezione e corruzione di tutto quanto è materiale... Direi che non è che potesse proprio essere questa gran materialista, allora...
Ipazia era vergine perché disprezzava il corpo e la corporeità, esattamente come i cristiani suoi contemporanei, e non perché "aveva sposato la scienza", come pretende il film. (Incidentalmente, questa è di solito la risposta preferita dalle studiose lesbiche che non han voglia di presentare in ateneo la fidanzata... ma su questo non voglio approfondire per non andare fuori strada).

Più che a noi materialisti del XXI secolo Ipazia era (e sai che sorpresa!) culturalmente vicina ai monaci suoi assassini, che andavano nel deserto a macerare e punire il loro corpo, limite e carcere della loro scintilla divina interiore.
Si fa quindi torto a Ipazia proibendole d'essere ciò che era, ed imponendole la nostra visione del mondo.

 


Concludendo.
Agorà è un'occasione mancata.
Il regista ha scelto un periodo che rivela straordinari e stuzzicanti richiami al nostro, e ben si sarebbe prestato per un apologo sul nostro (all'arte è concesso, da sempre, il parlar per metafora). Purtroppo Amenabal da questo periodo ha tolto la carne ed il sangue. Rimanendo con ossami e un fantasma talmente esangue da risultare quasi privo d'interesse.
E per salvare un film esangue non basta certo mostrarci una professoressa d'università che arrapa schiavi e studenti senza concedersi. Anzi...

Andate quindi se volete a vedere questo film, perché parla d'un personaggio e d'una vicenda di straordinario interesse. Ma non aspettatevi le rivelazioni che gli uffici addetti alla promozione del film pretendono furbescamente ci siano. Non ci sono, punto e basta.
Per quelle, toccherà aspettare la prossima trasmissione di Piero Angela...

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